Langmusi, un villaggio tibetano tra Gansu e Sichuan

C’è un villaggio nella prefettura tibetana autonoma di Gannan 甘南, nel Sud del Gansu 甘肃, al confine con la provincia del Sichuan 四川. Un villaggio che sembra quasi essersi fermato a cinquant’anni fa se non fosse per la possibilità di pagare con Wechat o Zhifubao, con strade quasi sterrate, vita lenta e gente che ancora ti guarda in faccia e ti sorride dolcemente. Questo villaggio si chiama Langmusi 郎木寺 e me ne parlò la prima volta un’amica, Irene, che qui c’era già stata e se n’era innamorata, perciò, dopo varie ricerche su internet, ho deciso che doveva essere una delle tappe del nostro viaggio!

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Essendo un posto parecchio lontano dai grandi centri, è anche mal collegato e ci si può arrivare solo con l’auto o il pullman. Noi siamo partiti da Lanzhou 兰州, il capoluogo del Gansu, e abbiamo preso un autobus dalla stazione Sud in direzione Diebu 迭部, che in circa sei ore ci ha portato a Langmusi Qiao 郎木寺桥, dove il titolare dell’albergo ci aspettava per accompagnarci nella sua struttura.

Il viaggio è stato più comodo di quanto mi aspettassi, devo essere sincera! Non ho mai viaggiato in autobus in Cina per percorrere distanze così lunghe, tranne quella volta che, nel 2009 con Vanessa, Serena e Elena avevamo deciso di andare al mare a Qingdao 青岛, ma erano finiti i biglietti del treno così ci siamo imbattute in dodici lunghissime ore di pullman con un’unica sosta (solo chi ha provato l’esperienza delle aree di sosta in Cina può capire!).

Tornando al viaggio per Langmusi, dicevo, è andato meglio del previsto; i paesaggi che abbiamo attraversato erano un po’ mono-tòni, nel senso che era tutto completamente verde, principalmente si trattava di montagne e praterie, pascoli di capre e yak. Siamo stati anche letteralmente accerchiati da una mandria di yak lungo la strada, è stato divertente. Mi è piaciuto vedere questo tipo di paesaggi, dopo quattro anni passati in una città in continua evoluzione come Pechino, in cui mi trovo benissimo, tra palazzoni super moderni, strade a tre corsie per senso di marcia, ma anche vicoli stretti, gli Hutong, e casine piccole tradizionali, è stato un po’ come respirare di nuovo davanti a queste immense distese verdi.

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Langmusi si trova in montagna, a più di 3000 metri (portatevi vestiti pesanti), è molto piccola e i principali siti da visitare sono due monasteri buddisti. Essendo situato proprio tra due province, uno di questi monasteri si trova nella parte di villaggio legata al Sichuan e l’altro nella parte della provincia del Gansu.

Appoggiati gli zaini in camera, siamo subito andati a visitare il monastero Kirti (Sichuan) che si trova a pochissimi metri dall’albergo in cui alloggiavamo, il Langmusi Dingding Hotel. Il monaco all’entrata è stato molto simpatico, abbiamo scherzato un po’ su chi di noi due parlasse meglio l’inglese e poi ci ha dato alcune informazioni su cosa visitare e su cosa avremmo trovato all’interno. Sicuramente dei due, questo è quello meno scenografico, ma devo dire che comparato all’altro, che abbiamo visitato il giorno seguente, questo è quello che mi ha emozionato di più. Abbiamo visto devoti girare attorno al monastero in preghiera. Dal basso della mia quasi totale ignoranza in materia di Buddhismo, devo dire che non sapevo che una delle forme di preghiera fosse quella di compiere molti giri attorno al monastero recitando i mantra. Alcune donne si prostravano a terra quasi ad ogni passo, guardandole sono rimasta affascinata dalle loro movenze e dalla loro devozione, quasi mi dispiaceva rimanere a fissarle per così tanto tempo perché ritengo che non sia educato, eppure non ne potevo fare a meno, volevo osservarle più a lungo possibile affinchè quei gesti restassero nella mia memoria il più a lungo possibile. Purtroppo ho visto tanta gente incurante di tutto ciò, fotografare queste donne, infastidite dagli scatti.

C’era un monaco, in mezzo a tanti altri, che secondo me ci aveva visti un po’ titubanti e quasi timorosi di disturbare e così si è avvicinato per incoraggiarci ad entrare nel tempio (ovviamente dopo essersi tolti le scarpe!), poi ci ha seguiti per il resto della visita. Ci faceva strada, ci indicava le stanze in cui potevamo e quelle in cui non era permesso entrare. Ha provato a raccontarci qualcosa in più su quelle stanze e quelle statue, purtroppo non sapeva parlare nè cinese nè inglese, lui parlava solo tibetano, ma in qualche modo ci siamo capiti ugualmente. Terminata la visita al tempio ci sentivamo un po’ frastornati dalla bellezza di quell’atmosfera, ma in realtà si faceva sentire anche l’altitudine a cui non eravamo assolutamente abituati e che ci dava questa sensazione di vertigini.

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Avevamo anche un leggero languorino (Ambrogiooo!), e ci siamo ricordati che su internet avevamo trovato l’articolo di un ragazzo che consigliava una tavola calda in cui una delle specialità, oltre all’hamburger di yak, era la torta di mele e il caffè yunnanese, perfetto per noi visto che erano le 5:30 di pomeriggio. Nonostante il tempo non ci fosse amico, piovigginava infatti, noi non ci siamo fatti fermare da due gocce di pioggia, volevamo la torta di mele e dovevamo averla!  Abbiamo imboccato l’unica via principale di Langmusi alla ricerca del Leisha’s Cafè, lungo la strada ho notato che tutti gli esercizi commerciali avevano la luce spenta, non era ancora notte, però diciamo che una luce non guastava. “Vorranno risprmiare” ho pensato, solo una volta arrivati al Leisha abbiamo scoperto che tutta la via era rimasta al buio per mancanza di corrente elettrica. Fortunatamente, però, la torta di mele c’era e andava solo riscaldata nella stufa a legna che si trovava nel centro della stanza. Il proprietario, un uomo alto e magro e dalla chiacchiera facile, è stato molto gentile e disponibile e ci ha servito un ottimo caffè. Non vi dico il profumo che pervadeva la stanza mentre la torta si riscaldava. Anche se eravamo al buio ed eravamo gli unici clienti, ci siamo subito sentiti in un luogo accogliente e caldo. All’improvviso all’esterno si è scatenato un temporale furioso e noi non avevamo l’ombrello, che peraltro, in quella situazione sarebbe stato del tutto inutile, perciò abbiamo deciso di fermarci un po’ più a lungo in attesa che smettesse o perlomeno diminuisse.

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Dopo cena abbiamo comprato un ombrello in un negozietto lì vicino perchè ancora non aveva smesso del tutto e siamo tornati in albergo.

La mattina dopo ci siamo diretti verso l’altro monastero che si chiama Sertri, ma prima di qualsiasi altra cosa abbiamo cercato un posto per fare colazione. Mentre giravamo per le stradine di Langmusi, siamo letteralmente stati rapiti da un familiare profumo di pane che ci ha condotto ad un negozietto dove mamma, papà e figlio di circa quattordici anni stavano impastando e infornando pagnotte di diverse forme e grandezze. La madre subito si è rivolta al figlio ordinandogli di venire a sentire cosa volevamo.

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Una cosa che mi ha sempre fatto tenerezza è vedere le facce, quasi terrorizzate, di questi esercenti quando vedono uno straniero. Alcuni non sono per nulla abituati ad interfacciarsi con gente che non parla la loro lingua e perciò a volte si sentono in imbarazzo, questo discorso non vale, per esempio, per il titolare del Lisha’s Cafè in cui eravamo stati il giorno prima, nè per la cameriera che lavorava lì dentro che ha subito voluto aggiungermi su Wechat per tenerci in contatto! Ad ogni modo, quel pane era davvero buono, poco sapido forse, ma profumava proprio di pane e in più era appena stato sfornato.

Dopo esserci ripresi grazie anche al caffè del bar lì accanto, ci siamo finalmente diretti verso il monastero che, come vi dicevo, date le dimensioni ridotte di questo villaggio, era a 5 minuti a piedi dal centro. Il monastero si trova su di una collina ed è composto da quattro templi principali, una volta entrati abbiamo seguito il sentiero che ci ha condotto ad un tempio dove, purtroppo, era appena finito il dibattito del mattino, durante il quale i monaci si riuniscono per discutere sui principi teologici del Buddhismo tibetano. Se solo fossimo arrivati 5 minuti prima… certo, non avremmo capito nulla, ma sarebbe stato uno spettacolo unico: immaginatevi tutti i giovani monaci riuniti in cerchio nel cortile del tempio a confrontarsi, esaminando i principi religiosi, pregando. Non importa, ho incrociato alcuni dei loro sguardi mentre lasciavano in fretta quel cortile perchè iniziava a piovere, mi è bastato.

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Abbiamo proseguito lungo il sentiero, l’area del monastero è parecchio estesa, si può girovagare in lungo e in largo, salire sulla collina, arrivare alla scuola in cui studiano i bambini tibetani del villaggio, camminare attorno al tempio insieme ai fedeli. A proposito di fedeli, eravamo alla ricerca di uno scorcio carino da cui fare delle fotografie, che non fosse invaso dalle gru, perché stavano facendo dei lavori di ristrutturazione, e proprio mentre eravamo lì fermi alla ricerca dell’angolatura perfetta, ecco che arriva questa donna, con la faccia piena di rughe, i capelli raccolti in due trecce, i vestiti tipici tibetani e scarpe da ginnastica. Ci chiede qualcosa, indicando con la mano l’orizzonte e facendoci cenno di seguirla, la seguiamo, in mano aveva la tradizionale ruota di preghiera tibetana e sulle spalle una borsa di cuoio. La nonnina era molto più agile di noi su quel sentiero: in salita non aveva nessun tipo di problema (mia madre, che avrà almeno vent’anni in meno, ha il fiatone dopo una rampa di scale), in discesa nemmeno, mentre noi avevamo paura che per tenere il suo passo ci avremmo lasciato un ginocchio. Ad un certo punto si ferma, guarda in alto e ci indica delle grotte sulla montagna, non ho capito quasi nulla di quello che mi ha detto, parlava tibetano ed ogni tanto infilava qualche parola in cinese, ma a quanto pare erano delle grotte importanti. Poi ha provato a venderci delle collanine, che non abbiamo comprato, si è voltata e se n’è andata.

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Abbiamo continuato il nostro giro alla ricerca di qualche posticino carino da cui poter ammirare il villaggio dall’alto, abbiamo fatto una bella passeggiata in mezzo alle abitazioni dei monaci e siamo riscesi in città. Per la cena, ci siamo fermati in un altro caffè a mangiare del semplice riso saltato e, visto che c’eravamo, abbiamo ordinato una ciotola di yoghurt di yak con miele e uvetta, inutile dire che era tutto buonissimo.

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Quella sera siamo andati a letto presto perchè l’indomani mattina dovevamo alzarci alle 5:30 per andare a Chengdu 成都, nel Sichuan. Abbiamo cercato a lungo quale fosse il modo più comodo per arrivarci e alla fine abbiamo deciso di farci accompagnare dai proprietari dell’albergo a Xiahe 夏河, una cittadina a circa due ore di macchina dove si trova un piccolo aeroporto da cui abbiamo preso l’aereo che in un’ora ci ha portato a destinazione.

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A Langmusi c’era anche una Moschea da visitare, la cui entrata si trova vicino a quella del monastero Kirti, ma non abbiamo avuto abbastanza tempo. Un’altra cosa che ci dispiace di non aver fatto è stata il trekking a cavallo. Lungo la via principale trovate un piccolo negozio che si chiama Tibetan Horse Trekking il quale organizza escursioni a cavallo di uno, due o anche tre giorni, a seconda delle vostre esigenze. Purtroppo, considerando il poco tempo a nostra disposizione e le condizioni atmosferiche non buone, abbiamo a malincuore dovuto rinunciare, ma sono sicura che sarebbe stata un’esperienza fantastica!

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Questo piccolo villaggio è il posto perfetto per passare qualche giorno in totale relax, visitare posti autentici e veder un po’ più da vicino una cultura, come quella tibetana, che per il momento è ancora sconosciuta ai più. Sono felice di aver trascorso qui quei due giorni e spero che, se mai un giorno andrete a visitarlo, vi piacerà tanto quanto è piaciuto a me.

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